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I Vesperali sono un’occasione di cultura e di riflessione offerta nella Cattedrale di Lugano o in altre chiese della Città durante la Quaresima. Al centro di un programma musicale ispirato alle opere di più alto contenuto religioso o spirituale, un artista o più genericamente un uomo di cultura, è invitato a dare testimonianza sui rapporti tra la propria opera e il mondo dello spirito, non necessariamente partendo da un dato di fede. In questa occasione il compositore britannico John Rutter ha avuto il piacere di dirigere il coro Clairière e l’Ensemble del Conservatorio di Lugano nella sua “Mass of the children” alla Cattedrale di Lugano e di condividere la sua personale testimonianza con il pubblico.

Link: http://www.vesperali.ch/vesperali.html

Foto di Luana Beeli

Testimonianza di John Rutter:

“Cari Amici, tra pochi minuti avrò l’onore di dirigere la mia “Messa dei bambini” in questa mia prima visita a Lugano. Ma prima mi è stato chiesto di parlarvi un poco di questa “Messa dei bambini” e una riflessione sul significato della musica sacra. C’è una storiella che circola tra i teologi. La domanda è: come si fa a far ridere Dio? La risposta è: ditegli che cosa vorreste fare da grandi. Di sicuro, quando ero studente non potevo immaginare che avrei occupato forse tre quarti della mia vita a comporre musica per la chiesa. Ne sono ancora sorpreso cinquant’anni dopo: ma anche rallegrato. Di diventare musicista sono sempre stato convinto, e in qualche modo credo di aver sempre preferito creare composizioni mie piuttosto che eseguire musica altrui al pianoforte. Mi piaceva cantare, a scuola partecipavo volentieri alle prove del coro della chiesa, ed è per questo, probabilmente, che il mio futuro è stato influenzato dal repertorio chiesastico più che da ogni altra cosa. Nell’ottima scuola elementare del Nord di Londra che frequentavo, la musica occupava una parte notevole della vita scolastica: il coro cantava tutti i giorni, domeniche comprese. Lì imparai i classici del repertorio chiesastico – Palestrina, Byrd, Haydn, Brahms… – ed ebbi contatti importanti con la grande musica di fuori: quando mi toccò, per esempio, il privilegio di cantare nel coro dei ragazzi nella prima celebre incisione del “Requiem di Guerra” di Britten, nel 1963. Questo per dirla in breve. Benjamin Britten fu il primo grande compositore che conobbi. Mi impressionò profondamente, non solo per la musica che aveva composto ma anche per la sua eccezionale abilità come direttore e la sua bravura come solista di piano. Britten era un compositore a tutto tondo, persuaso che i musicisti sono al servizio della comunità e che si debba comporre musica praticabile (il che non vuol dire: facile) e accessibile a ognuno. Una scelta di vita, la sua, che mi ha sempre persuaso. Un’altra persona che mi influenzò moltissimo fu Edward Chapman, che era mio insegnante di musica al liceo, molto bravo sia come compositore sia come direttore. Chapman era stato allievo di Stanford all’Università di Cambridge negli Anni Venti, e Stanford aveva studiato composizione in Germania, dove aveva incontrato Brahms (avete capito: mi sentivo… a due strette di mano dal grande Johannes). Da lui, Chapman aveva appreso un modo di comporre solido, artigianale, da porre alla base di ogni composizione: contrappunto, fuga, basso figurato, quel che occorre… Sono sempre stato convinto che un compositore che non conosce la tecnica è come l’imperatore della novella di Andersen: nudo! L’ispirazione non si insegna, ma la tecnica sì: ed è attraverso la tecnica che l’ispirazione si esprime. Questa per me è sempre stata una convinzione profonda. Un’altra convinzione mi trasmise Chapman: ogni musica, sacra o profana che sia, è fondamentalmente spirituale. Bach – il più grande dei compositori, tanto per Chapman quanto per me – scrisse tutte le sue musiche ad majorem Dei gloriam. Un altro allievo di Chapman, grande amico mio in quegli anni di studio, destinato a fama internazionale come compositore: John Tavener, ha scritto solo musica religiosa. Diversa da quella che scrivo io, eppure si direbbe che condividiamo un’influenza comune. Dopo il liceo volli studiare musica all’Università di Cambridge. Erano gli Anni Sessanta, una stagione di rivolte, nella musica come in molti altri settori. E difatti mi trovai a disagio: la comunità di musicisti che era la mia, dentro la vecchia università, era investita dall’urto di una nuova generazione di autori, intenti a demolire tutte le icone esistenti: Boulez, Stockhausen, Ligeti… Non che ne fossi urtato personalmente: a me lasciavano fare quel che volevo. All’avanguardia (per esempio a un brano come Gesang der Jünglinge di Stockhausen) io prestavo attenzione, a me stesso dicevo: è vero che questa musica fa emergere come un mondo nuovo, eppure non mi convince. Il risultato fu che non imparai a comporre secondo la tecnica dodecafonica, e oggi me ne rallegro perché, a quarant’anni di distanza, quella musica mi appare invecchiata e fuori misura rispetto alle radici che il canto e la danza continuano ad avere. Chapman mi aveva dato un altro prezioso consiglio, come compositore: sii fedele a te stesso, scrivi la musica che ti viene dal cuore e non preoccuparti se sia alla moda. Ci voleva coraggio: correvano – come ho detto – gli Anni Sessanta. Non deve sorprendere che, con tanti cori attivi a Cambridge, dove stavo io, io abbia composto così tanta musica corale. Mi era facile scrivere per i cori e per la liturgia della chiesa: conoscevo bene la liturgia e la tradizione chiesastiche; e conoscevo altrettanto bene capacità e limiti di un complesso corale. La splendida acustica della cappella del Kings’ College, coi suoi cinque secondi di riverbero, erano per me un’ispirazione e un modello. Per una bella esecuzione corale serve un coro raffinato, un direttore capace – ma anche un ambiente ideale. I primi all’estero a interessarsi della mia musica, all’inizio degli Anni Settanta, furono gli Americani. Gli americani vanno volentieri in chiesa e i complessi corali sono letteralmente affamati di nuove musiche vicine ai loro gusti. Quando cominciai a comporre per le chiese americane, capitava che un direttore di coro mi dicesse quanto era peggiorata da loro la situazione, per l’avvento di gruppi rock vicini al gusto dei più giovani (e spesso anche dei preti della parrocchia), e anche per le pressioni che subivano, di conformarsi al modello di moda. Il problema era questo, in sostanza: come poteva un coro rimanere fedele a se stesso e alla tradizione classica, e insieme piegarsi a soddisfare il desiderio, che una parte dei frequentatori esprimeva, di nuove musiche, più vicine al gusto della massa?

Cercai un compromesso. Era certo che mi si sarebbe spezzato il cuore vedendo la migliore tradizione della musica corale messa da parte – come avremmo potuto fare a meno del gregoriano? della polifonia rinascimentale, di Bach e di tutto il resto? Ma dovevo pur ammettere che molti grandi compositori – antichi e moderni – non si erano vergognati, né si vergognavano, di adottare forme musicali alla moda. Pensate al Beatus vir di Monteverdi, a quel basso così orecchiabile messo sotto un discanto dei violini che ricorda gli strimpellatori di strada; oppure al duetto Wir eilen della Cantata di Bach numero 78, che ogni volta mi fa pensare ai buoni fedeli luterani che battono i piedi al ritmo del pizzicato dei bassi. Perché mai dovremmo ritenere sacrilego che una melodia di chiesa si presti a essere fischiettata? Bach stesso passava dalla musica sacra alla musica profana con grande facilità, come dimostrano le cantate profane di cui si cambiava semplicemente il testo per eseguirle durante il culto. Per me la musica sacra, eseguita in chiesa oppure in una sala da concerti, è un’offerta che i musicisti presentano all’altare: perciò dev’essere la migliore di cui siamo capaci e i migliori compositori devono esservi impegnati. Se torniamo con la mente al Rinascimento, un’epoca in cui la Chiesa era un’istituzione che si imponeva a tutto e tutti, constatiamo che l’appello a comporre musica era pur sempre rivolto ai più bravi compositori dell’epoca loro. E a Palestrina, a Lasso, a Vitoria (come pure a Michelangelo) non sarebbe mai venuto in mente di rifiutare… tanto più che la Chiesa pagava bene. Come farfalle attirate dalla fiamma, sempre i compositori hanno fatto la corte ai potenti, dai quali si aspettavano che mettessero il pane in tavola. Adesso la questione economica ha perso importanza: la Chiesa oggi chiede, non comanda più come al tempo dei papi Medici. A un autore capita di dover essere obbligato a mettersi al lavoro. Quella che pone a noi compositori l’odierna musica per la chiesa è allo stesso tempo una sfida musicale e una sfida pastorale. L’invito è a scrivere roba nuova e di pregio, e tuttavia abbastanza semplice da poter essere eseguita da non-professionisti. Siamo invitati a scrivere una musica che poco in comune ha con quello che si sente ai concerti o all’opera, dove è eseguita da professionisti in grado di cantare e di suonare di tutto, anche le cose più astruse. Dev’essere possibile, insomma, scrivere in modo semplice ma non banale, e tale da stimolare l’interesse di chi la esegue. Bisogna essere seri, ma anche capaci di parlare a tutti i fedeli, e non solo agli specialisti; una musica che sfrutti le tecniche tradizionali, eppure nuova: cioè non uguale a quella che si è sempre scritta, magari un milione di volte. Io credo che questa sia la sfida che va raccolta. Tale sfida pastorale consiste nell’adottare una scrittura adatta al clero e ai fedeli, ma allo stesso tempo degna di Dio (per quanto, chi potrebbe dire qual è la musica che piace a Lui?). Si dovrebbe cominciare con la scelta del testo, del quale la musica è al servizio, cercando parole che giungano al cuore di chi ascolta. Deve piacere a chi ascolta, la mia musica? Non sarà possibile sempre, gli stessi membri di una sola famiglia possono avere gusti musicali diversi. Ma quando in casa ci si vuol bene, gli anziani rispettano la preferenza dei ragazzi per la musica rock e i ragazzi rispettano l’amore degli anziani per gli ultimi quartetti di Beethoven. Io stesso, crescendo, ho dovuto accettare e apprezzare la diversità delle persone e dei musicisti, perciò ho voluto che la musica religiosa che scrivevo rimanesse aperta a influssi diversi, sia classici sia popolari. Certo: in fondo io sono un musicista classico, e questo si constata da tutte le mie musiche, per quanto lo stile adottato sia sempre diverso. Mi stupisco però, e mi fa molto piacere, che la mia musica sia bene accolta in chiese e da cori di così diversi Paesi e tradizioni. Ogni composizione nuova è una sfida, e, visto che continuo a comporre, come sarà la prossima non lo so.

Adesso vi racconto perché ho composto la Messa dei bambini. La prima esecuzione ebbe luogo nel 2003, alla Carnegie Hall di New York, ma la vera sua origine risale al 1963, quando come corista ragazzo partecipai alla prima registrazione dell’impressionante Requiem di Guerra di Benjamin Britten. Fu un’esperienza singolare: quella di un bambino di dieci anni circondato da alcuni dei musici più famosi del tempo – Galina Vishnevskaya, Peter Pears, Dietrich Fischer-Dieskau, la London Symphony Orchestra, con il compositore a dirigere. Un’esperienza che tuttavia mi insegnò moltissime cose. Forse fu in quella circostanza che mi balenò per la prima volta l’idea di offrire ad altri cori di ragazzi l’opportunità di partecipare a un’esecuzione pensata per gli adulti, per degli esecutori professionisti, ma che a loro potesse far godere le stesse emozioni che io vissi in quella circostanza. Ci vollero quarant’anni per tradurre quell’idea in realtà, ma sono felice di esservi riuscito. La parte affidata ai ragazzi è il cuore della Messa dei bambini, è concepita come di uguale valore rispetto a quella affidata agli esecutori adulti. Come nel Requiem di Guerra di Britten, al testo canonico della Messa ho alternato testi di mia scelta. Non è una Messa da requiem – questa l’avevo già scritta negli Anni Ottanta… Il carattere della Messa dei bambini è generalmente chiaro e solare, pensato per consentire ai bambini di esprimere la loro natura estroversa – la musica del Gloria potrebbe quasi uscire da un campetto di giochi. C’è una cornice che abbraccia tutti i cinque movimenti, perché la Messa è pensata come se coprisse l’intera giornata, dalla mattina a lla sera. L’introduzione al primo brano è scritta sul testo di un Inno per il Mattutino del vescovo Thomas Ken, vissuto nel XVII secolo; l’ultimo finisce con un inno per la sera dello stesso autore: Ti rendo gloria, Signore, questa sera… pensata come la preghiera di un bambino che si prepara ad andare a letto. Chi conosce gli Inni della Chiesa anglicana riconoscerà la melodia intonata dai bambini: scritta nel XVI secolo, è di Thomas Tallis, uno dei più grandi compositori inglesi di quel periodo. Va bene! Ho parlato abbastanza: è ora di dare spazio alla musica. Grazie per avermi invitato a Lugano. Spero vi piaccia quel che sentirete.”